L’auto-coltivazione della cannabis

Secondo l’ordinamento giuridico italiano la coltivazione della cannabis nel proprio giardino o sul bancone di casa è comunque un reato.

Ci sono tuttavia delle eccezioni riguardo alla rilevanza penale, cioè al rischio d’incorrere in sanzioni penalmente rilevanti direttamente collegate alla presenza delle piantine di canapa, che fossero state rinvenute presso la propria residenza.

La legge che regola la materia in oggetto è il DPR 309/90, in particolare l’articolo 75 comma 1, dove sono elencati ben 22 casi che portano a un’accusa penale.

All’apparenza sembra che non si possa in alcun modo sfuggire a una seppur minima condanna, ma ci sono dei casi registrati nella giurisprudenza recente che hanno dato interpretazioni varie a riguardo, e che vanno considerate come dei precedenti illuminanti.

La rilevanza penale e amministrativa della coltivazione di cannabis

Coltivare cannabis a casa propria non è detto che porti ad una condanna penale.

Esistono diverse sentenze, tra cui anche una della Corte di Cassazione, che segnalano dei casi in cui è stata comminata solo una condanna amministrativa.

A queste nuove interpretazioni della legge si è arrivati gradualmente, posto che negli anni passati il solo atto di semina della pianta era considerato penalmente perseguibile.

Con le sentenze della Corte di Appello di Cagliari e della Cassazione del 2016 ci sono alcuni punti che è doveroso considerare.

Le due variabili fondamentali che vengono considerate nel giudicare il reato di autocoltivazione di cannabis influiscono in modo determinante sul giudizio di condanna o meno. La prima è la quantità di piantine, nella quale viene anche inclusa la maturità delle stesse in base all’altezza, e anche il contenuto del principio attivo che crea le note reazioni di esaltazione del sistema nervoso, chiamato THC.

È necessario chiarire che non in tutte le piante di marijuana c’è una concentrazione di THC tale da considerarle “dannose” dopo l’assunzione. Per quanto riguarda la marijuana che si trova sulle piazze dello spaccio, tale concentrazione parte dal 1%-7% per arrivare anche al 30%, acquisendo un “potenziale pericolo per la salute collettiva“.

Gli altri parametri che vengono presi in considerazione dalla giurisprudenza e che sono anche enunciati nella legge sopra citata, sono le modalità di coltivazione.

Nel caso in cui non ci siano impianti d’illuminazione, irrigazione e altri metodi per far maturare le piante, potrebbe non essere considerato un reato penale. I giudici tengono quindi conto della rudimentalità della coltivazione.

Ancora oggi non viene considerato reato penale l’uso personale di marijuana, anche se coltivata in casa.

Per quanto riguarda la quantità delle piantine le sentenze sono d’accordo sul limite di 3, che non rappresentano, dunque, un reato penalmente perseguibile.

La considerazione dei giudici è stata confermata anche nel caso di un uomo in possesso di 2 piante con un’altezza fino a 1,80 cm e con le foglie e i germogli ancora inutilizzati, che è stato comunque assolto.

L’assoluzione è stata determinata anche dal fatto che la concentrazione di Thc si aggirava intorno allo 0,5%, per cui inferiore alla soglia del contenuto sopra menzionato.

La sentenza di Cagliari come quella della Cassazione si sono basate entrambe su un principio che evidenziato anche nella nostra Costituzione e che fa riferimento al livello di offensività in relazione alla collettività.

Tre piantine non rappresentano una minaccia per la salute pubblica e non danno neppure la possibilità di instaurare un traffico illecito.

Si configura in questo caso l’uso personale, che però non è sempre considerato libero da conseguenze penali, in quanto dipende dal quantitativo posseduto, anche se si tratta di foglie e germogli già raccolti.

In base all’offensività di un reato si basano quindi le sentenze che hanno in qualche modo ridimensionato le conseguenze della coltivazione di marijuana in casa.

L’illecito amministrativo

Essere assolti dal reato penale che riguarda l’autocoltivazione della marijuana non significa uscirne del tutto “puliti”, perché l’illecito amministrativo rimane.

Si tratta di sanzioni comunque rilevanti, che sono riportate nello stesso DPR 309 all’articolo 75 e che riguardano il ritiro della Patente di Guida, ma anche del passaporto e del permesso di soggiorno, nel caso di cittadini extracomunitari.

Se si fosse in possesso di un porto d’armi, anche questo sarà sospeso.

La cessione della cannabis

Coltivare la cannabis non porta, come si è visto, sempre a essere condannati penalmente, ma non può dirsi lo stesso nel caso in cui la droga venga ceduta.

La marijuana coltivata in casa e ceduta, anche in piccole quantità e indipendentemente dalla concentrazione del principio attivo, non è solo illegale, ma è comunque considerato un reato penale.

Il reato penale in questo caso si configurerebbe anche se la cessione avvenisse gratuitamente, perché sarebbe considerata come attività di spaccio.

Tuttavia in 2 sentenze della Corte di Cassazione del 2010 e del 2011 gli imputati, anche se avevano effettuato la cessione della marijuana coltivata in casa, sono stati assolti.

In questi casi è stato considerato il fatto che non ci fosse pericolo per la salute pubblica.

Quando l’autocoltivazione di cannabis assume rilevanza penale?
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