Già da diversi anni in Italia è possibile curarsi con la cannabis terapeutica; ma qual è il senso delle cure con sostanze cannabinoidi se poi le leggi che dovrebbero regolamentare i diritti dei pazienti, li opprimono?

Facciamo un punto della situazione: in Italia è possibile ricorrere alla cannabis come farmaco nei casi di cura del dolore cronico, su prescrizione del medico. In Lombardia saranno stanziate risorse per finanziare la sperimentazione di farmaci a base di cannabinoidi per i malati di Sla e sclerosi multipla; In Abruzzo, invece, una legge regionale datata 2014 prevede un fondo di 50mila euro per i pazienti. Questa legge regionale sembrerebbe la legge più avanzata in Italia in materia di cannabis terapeutica, perché l’accesso ad essa per i pazienti é garantito dal servizio sanitario regionale, che si prende carico di tutte le spese per l’acquisto di sostanze cannabinoidi.

Racconteremo oggi una storia di difficile accesso al farmaco, che riguarda proprio l’Abruzzo. Una storia che più che tessere le lodi di una legge innovativa, pare dimostrare esattamente il contrario, lasciando molti pazienti praticamente senza tutela.

Fabrizio Pellegrini è un pianista, attore e artista di 47 anni della provincia di Chieti, affetto da fibromalgia. La fibromalgia, detta anche ‘sindrome di Atlante’, porta insonnia, spossatezza, scarsa di produzione di serotonina e fortissimi dolori muscolari.

A Fabrizio Pellegrini l’Asl locale di Chieti ha certificato la necessità di una terapia a base di cannabinoidi, ma a spese del paziente. Nonostante le ripetute richieste di poter aver accesso ai finanziamenti stanziati dalla regione, l’Asl ha continuato a rifiutare. Pellegrini se vuole curarsi dovrà dunque sostenere una spesa di 500 euro mensili per poter acquistare farmaci cannabinoidi importati dall’Olanda.

Non ha questi soldi, inizia a lavorare sempre meno perché i dolori cronici lo lasciano a casa impossibilitato a muoversi.

Non volendo comprare cannabis dal mercato nero, inizialmente fa affidamento su amici e collette, ma dopo pochi mesi intraprende la strada dell’autoproduzione, dando risalto pubblico alle sue necessità e alle sue coltivazioni.

Così, da otto anni a questa parte, Pellegrini entra ed esce da tribunali e carceri. Arrestato per la prima volta nel 2008 con l’accusa di “Possesso ai fini di spaccio” — il che contribuisce al paradosso venutosi a creare intorno all’intera vicenda — più volte in tribunale il suo avvocato ha mostrato referti medici che provavano la gravità dei suoi disturbi muscolari e scheletrici.

Dall’11 Giugno del 2016 è detenuto nel carcere di Chieti, dove le sue condizioni sono notevolmente peggiorate. In carcere non è possibile somministrare cannabinoidi, e Pellegrini è allergico (con tanto di certificati che lo dimostrano) agli antidolorifici che verrebberro normalmente prescritti per la fibromalgia.

Nonostante la sua completa incompatibilità con il regime carcerario, Pellegrini continua ad essere detenuto, vittima di un sistema la cui politica è una politica abominevole, il cui fine non è la felicità dei cittadini.

Gli ostacoli da superare perché vi siano più tutele e libertà di coltivazione almeno per i pazienti sono molti e intanto i danni del proibizionismo continuano a manifestarsi indisturbati come nella vicenda di Fabrizio Pellegrini.

Cannabis medica: finisce in carcere perché non poteva permettersi le spese delle cure
4.33 (86.67%) 6 votes